Nel 1962, i rappresentanti politici eletti dai cittadini emanavano le seguenti disposizioni

Nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell'aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell'acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni e rumori”

articolo 15, 3° comma, Norme tecniche di attuazione del Piano Regolatore Generale del Comune di Venezia, in vigore dal 1962 al 1990.

 

Tale normativaviene abolita solo nel 1990.

Per contrastare l’inquinamento viene popolato di alberi e verde viale San Marco e San Giuliano non prima, però, di aver scaricato tonnellate e tonnellate di fanghi tossici per “bonificare” la zona.

Industriali, privi di morale, hanno potuto per decenni contare su una classe politica e rappresentanti pubblici corrotti e malfattori. Il danno causato in 60 anni di attività ha irrimediabilmente danneggiato un ecosistema molto delicato.

Tutti sapevano: sapeva l’operaio ma taceva perché subiva il ricatto della perdita del posto di lavoro; sapeva il dirigente perché sotto le sue mani passavano i documenti che attestavano l’avvelenamento dell’ambiente;  sapevano i capi della Montedison che davano istruzioni; sapevano i sindacalisti, subordinati alle direttive del partito politico; sapevano i politici, corrotti, delinquenti; sapevano gli Enti locali e tutte quelle strutture che erano chiamate a controllare e non l’hanno fatto.

Gli operai scioperavano e manifestavano perché cominciavano a star male; si lanciava la polizia a reprimere con la forza le manifestazioni di protesta; protestavano perché i loro compagni restavano uccisi negli incidenti, ma che ne sapeva il poliziotto che aveva l’ordine di caricare.

Non si giustifica l’uso della violenza come metodo di risposta alle ingiustizie subite ma la rabbia che nasce da tale impotenza è tanta.

Da cittadino si spera che l’ingiustizia venga processata e condannata dalle istituzioni che il cittadino paga e pretende che funzioni. Ma cosa deve fare il singolo quando vede che colui che deve proteggerlo, che deve rappresentarlo, che deve assicurargli una vita decorosa e dignitosa è connivente con il malavitoso? Non è forse legittima una sua reazione? Non è forse il ’68, con tutti i suoi sbagli ed errori, ha portato ad una coscienza di gruppo? Perché il padrone (in questo caso la multinazionale) prende i profitti e la bonifica deve pagarla la collettività? Chi ha pagato per la bonifica di San Giuliano? Chi sta pagando per pulire dalla diossina, dal mercurio, dai metalli pesanti la laguna? Non sono forse i cittadini tramite lo Stato che devono sborsare? Quanti soldi sono serviti per pagare gli interventi ambientali?

E che dire delle tonnellate di rifiuti tossici prodotti? Che fine hanno fatto? Ogni giorno partivano da Marghera 2 navi cisterna della società Motia 4mila tonnellate di rifiuti tossici. Nel 1983, a seguito di denuncie da parte di ambientalisti mestrini, l’azienda è stata costretta a non scaricare più nell’alto adriatico il pericoloso contenuto. Fortunatamente, qualche PM come Gianfranco Amendola, sensibile alle problematiche ambientalistiche,  interviene denunciando il ministro della Marina Mercantile Gianuario Carta.

Viene tentato l’assalto alla Achille Elle mentre trasporta i fanghi in mare; partecipa al blocco Ermete Realaci e Massimo Serafini con l’appoggio dei pescatori di Goro.

Solo nel 1988 cessa lo scarico dei fanghi della Montedison in mare. Solo allora parte un concreto recupero dello scarto e ci si accorge che dallo scarto si possono produrre altri elementi utili all’edilizia, alla meccanica e nuovamente alla chimica. All’interno del Petrolchimico, però, è vietato parlare di ambiente, né verso la direzione, né verso il sindacato; la paura della perdita del posto è molto forte.

Arrivano agli ambientalisti lettere anonime che riportano: “..nel parco serbatoi del Petrolchimico stanno, in grande segreto, mettendo migliaia di bidoni dentro a container. All’interno dei fusti c’è diossina, Pcb, ed altri prodotti avvicinabili solo con scafandri. I rifiuti verranno inviati in Africa…. Firmato: un gruppo di lavoratori”. Il carico deve prendere la via di Livorno. Solo alcuni portuali aderenti a Democrazia Proletaria, tenta di fermare il convoglio inutilmente. Se pur avvertito il sindacato, nulla si muove. La magistratura pure. “The guardian” pubblica un articolo dove denuncia che i fusti giaciono a cielo aperto in Africa e che il liquido che esce brucia i guanti da lavoro.

La spedizione dei rifiuti tossiti nel continente africano è nota anche ai sindacati. È talmente nota che sono le stesse cooperative gestite dal Pci e dal Psi – PeiSan GiustoRinascita – che spediscono in Nigeria tonnellate di rifiuti tossici. E’ solo a seguito di un blocco attuato in loco che emerge la verità; il contenuto pericoloso riprende la via del ritorno ed è qui che nessuno lo vuole, nemmeno quei sindacalisti che ora gridano alla vergogna.

Altra conseguenza negativa per Venezia, all’apertura del polo chimico di Porto Marghera, è stata la subsidenza della città. Dal dopoguerra, per ottenere uno scambio termico nei processi chimici, per abbassare la temperatura degli impianti, il Petrolchimico ha prelevato quantità industriali di acqua dolce dalle falde idriche del sottosuolo; hanno raggiunto profondità di trecento metri portando ad un dissesto d’incalcolabile valore. In tutta la zona del Brenta, Mirano, Martellago fino a Mogliano Veneto, tutte le fontane hanno smesso di buttar acqua. Il prelievo incontrollato ha causato un sacco di vuoti d’aria nel sottosuolo ed ha causato nella sola città di Venezia un abbassamento repentino della linea del mare di ben 5 volte maggiore degli anni precedenti (1971 fonti CNR). Solo nel 1970, arrivano i divieti da parte delle autorità pubbliche ma solo per i cittadini mentre per il Petrolchimico tale divieto viene applicato solo nel 1974. Vengono sigillati anche i pozzi artesiani pubblici, indipendentemente se consumano una infinitesima parte di quello che consumava Porto Marghera.

Greenpeace, preleva una quantità di terreno alla Rana e lo fa esaminare dall’Università di Exter in Inghilterra; la diossina presente è 15 volte superiore alla misura consentita; nel 1995 il dossier fa scoppiare il caso dei fanghi di Porto Marghera. I sindacati stigmatizzano e, allineati con la dirigenza, giustificano l’evento come vecchia gestione. Il centro ricerche dell’Evc – holding europea della plastica che ha acquisito dall’Enichem la produzione del Pvc – nella relazione resa pubblica, definisce la diossina presente non più dannosa di quella presente in un bicchier di birra. Il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, invita “…le donne incinte a non nutristi dei fanghi dei fondali”. È la magistratura, con Luca Ramacci ed Ennio Fortuna che  interviene; effettua dei campionamenti e, accertata la presenza della diossina presente dalle 30 alle 300 volte il valore normale invia gli avvisi di garanzia a quattro dirigenti del Petrolchimico: Marcello ColittiLuigi PatronLucio Pisani e Francesco Messineo.

Nell’agosto 1994, Medicina democratica – Movimento lotta per la salute rende nota una ricerca tra gli addetti al Cvm e Pvc di Porto Marghera il 25% dei morti per tumore hanno meno di 55 anni, mentre l’86% è deceduto per tumore. Gli organi che vengono maggiormente colpiti sono: cervello, fegato e le vie respiratorie […durante le innumerevoli visite a cui mio padre veniva sottoposto, peraltro solo dopo gli anni ’80, il medico ogni volta gli diceva: ”guardi che deve smettere di fumare perché i suoi polmoni sono neri”; peccato che mio padre non abbia mai fumato…]. Della denuncia e degli esposti di Bortolozzo, viene interessata la Magistratura.

 Il fascicolo arriva sul tavolo del giudice Felice Casson che apre una inchiesta; si affida alle conoscenze del prof. Franco Berrino, direttore del servizio epidemiologico dei tumori umani di Milano e a Francesco Carnevale di Medicina del Lavoro di Firenze. Gli indagati sono: Dino MarzolloGaetano FabbriFederico ZerboLucio Pisani e Franco Small’accusa è: disastro e omicidio colposo multiplo.

Non vi è collaborazione ne tra la direzione della fabbrica nè tra gli enti preposti al controllo; il giudice procede al sequestro della documentazione: quella interna, quella presente presso gli enti pubblici e quella presso Cesare Maltoni a Bologna.

E’ grazie alle indagini del giudice Felice Casson che la cittadinanza scopre quanto taciuto; mediante articoli sui giornali, vengono pubblicate i dati, le morti, gli incidenti, i ricatti, le speculazioni… Il giornalista de Il Gazzettino apre il proprio articolo con “Sindacato, con chi stai?”. Il Consiglio di fabbrica e la Fulc, nel timore di vedere ancora nuovi licenziamenti, sminuiscono il problema e lanciano campagne denigratorie nei confronti della magistratura. Invitano i familiari dei deceduti a non testimoniare contro la dirigenza.

Ad un convegno svoltosi a Mestre, Cesare Maltoni dichiara: “la conoscenza della cancerogenicità del cvm, nelle lavorazioni chimiche industriali, è stato il fatto più drammatico del dopoguerra; i pochi casi di angiosarcoma epatico registrati dalle autorità sanitarie sono stati colti al volo, conosciuti per caso e non c’è mai stata una ricerca completa ed approfondita”.

Visti i rapporti, l’indagine si estende anche ad altri reparti, al Tdi e agli operai delle imprese d’appalto in quanto si sono verificate  numerose morti per tumore.

I familiari degli operai morti costituiscono un comitato per la difesa dei diritti e si affidano ad un pool di avvocati per la richiesta di risarcimento.

Alla prima sentenza la Montedison viene condannata e vengono riconosciuti tutti i capi di imputazione.

Pochi giorni prima della sentenza, un accordo segreto tra Stato e i vertici della Montedison concordano, dietro un corrispettivo in denaro, la bonifica di ettari ed ettari di terreno nelle aree adiacenti a Marghera.

Ma il 2 novembre 2001, il tribunale di Venezia emette la seguente sentenza: "VISTO L'ART. 530 CODICE DI PROCEDURA PENALE ASSOLVE TUTTI GLI IMPUTATI DI CUI AL CAPO PRIMO DI IMPUTAZIONE DAI REATI DI LESIONI PERSONALI COLPOSE E DI OMICIDIO COLPOSO RIFERITI ALLE ULTERIORI PERSONE OFFESE".

Giorgio Lago, in un articolo, commenta così la sentenza: “A mio parere, le assoluzioni non lasciano tuttavia sconfitti, a cominciare dagli operai che hanno provato a capire sulla propria pelle che cosa può voler dire il lavoro a rischio della vita”. Certo, è un bel premio morire di tumore.

Questo è ciò che è stato versato nel nostro ambiente in 80 anni di chimica: